di Mario Cappelletti
MASSIMO VINATTIERI 

MASSIMO VINATTIERI

Signa, 1956
“Trentacinque anni di tirocinio”. Così Massimo Vinattieri sintetizza la sua lunga attività di pittore.

Un giudizio sicuramente riduttivo che lascia trapelare la rigorosità e l’implacabile senso autocritico di questo artista schivo e solitario, agli antipodi dalle tattiche talvolta megalomani di tanti suoi colleghi. In verità tutta la sua opera, dagli anni Settanta ad oggi, testimonia il suo genuino sentimento di pittore. Un pittore che partendo da influssi fauve, tramite suggestività cromatiche incentrate sui dualismi del giallo e del rosso, ha costruito mondi onirici e fiabeschi.

Visioni forti, vigorose, che con l’andar del tempo si sono spogliate d’ogni veemenza fino ad approdare ad un’astrazione lirica fatta di accordi suggeriti in un tenue ventaglio di colori stagliati su un fondale grigio quasi trasparente. Composizioni armoniche, forse suggestione di oggetti o atmosfere di paesaggi che come sedimenti di memoria riportano ineffabili cromatismi dell’amatissimo Morandi o certe rarefazioni di Music, ma che per loro ulteriore sfaldamento guardano oltre la lezione dei due grandi ispiratori.

Una pittura che ha rapporti strettissimi con la realtà, ma che allo stesso tempo sembra tenerla a distanza corteggiandola tramite metafore composte da assonanze ritmiche e musicali che per loro evanescenza sembrano andare oltre il ‘senso’ metafisico tout court, proponendo un rapporto con lo spazio così ardimentoso da sfidare il senso d’infinito.

Marco Moretti

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